venerdì 20 aprile 2012

Una storia d'amore

            La storia che Dio fa con Gerusalemme è una storia d'amore: Lui è affezionato a questa città, se l'è scelta, vi ha posto la propria dimora, l'ha sempre guardata con predilezione. Le ha consegnato una vocazione unica al mondo, quella di essere, insieme, dimora di Dio e casa accogliente per tutti i popoli; e le ha insegnato,con pazienza, che le due cose non possono andare se non insieme.
Ma è anche una storia d'amore molto tormentata: il fatto che il Signore abbia messo il proprio domicilio a Gerusalemme non è di per sé garanzia di una vita pacifica e tranquilla, di un benessere facile e scontato, anzi! Nessun'altra città ha conosciuto una serie così impressionante di sventure...Dio abita a Gerusalemme come un fuoco perennemente acceso, e non è facile abitare nel fuoco. Gli abitanti di questa città sanno bene che vivervi è un privilegio e un compito non facile, perché Dio chiederà loro una fedeltà assoluta: a Gerusalemme non si vive se non per Lui.
È una città tutta sacra, e non solo nel tempio, e i suoi abitanti vi devono vivere tutti come dei sacerdoti, continuamente rivolti al loro Signore. E che non venga loro in mente che basta abitarvi per essere pienamente inseriti nell'Alleanza! Bisogna portarla nella propria carne, come un segno. Un marchio fatto con il fuoco, appunto.
Per questo, essendo gli abitanti di Gerusalemme né migliori né peggiori dei cittadini di qualunque altra città, questa storia d'amore passa per le più tenere dichiarazioni d'amore di Dio e per le Sue più grandi arrabbiature. E ci sono dei momenti, quando proprio l'esasperazione è all'estremo, che Dio decide proprio d'andarsene , non per tanto -neanche Lui può resistere troppo a lungo lontano da Gerusalemme!-, ma almeno per un po'. E lo si vede partire, come in una nuvola di gloria, dalla porta orientale (cfr Ez 10,18), dalla quale tornerà quando Israele sarà di nuovo capace di accoglierlo e di gioire della sua presenza. Nel libro di Ezechiele, l'assenza del Signore da Gerusalemme dura ben 33 capitoli...
Oppure, il Signore deciderà di consegnare la città in mano al potente di turno, e Gerusalemme conoscerà assedi, devastazioni, deportazioni dei suoi abitanti. Salvo che poi il Signore, mentre vede il suo popolo partire, sente una stretta al cuore, e si mette in cammino con lui: così dicono i rabbini. Quando il tempo della conversione è compiuto, allora il Signore si dà da fare per preparare il ritorno, e tutta la creazione partecipa alla gioia di questo evento. E la storia ricomincia, sempre da capo, al punto che ancora oggi Gerusalemme è segnata e ferita da questa grande instabilità, per cui c'è sempre gente che arriva, che parte, che torna, che ricomincia...A ricominciare è, di solito, un piccolo resto, che confida solo nel Signore.
Durante questa storia tormentata, nasce un desiderio, forte e reciproco, il desiderio che  niente e nessuno separi più Gerusalemme dal proprio Dio, per cui la città si possa chiamare da quel giorno in poi: “Là è il Signore” (cfr Ez 48, 35). E infatti venne questa pienezza dei tempi, e il desiderio di Dio e quello di Israele si incontrano nella vita e nella morte di Gesù, alleanza nuova ed eterna: dalla Sua risurrezione in poi, le porte di Gerusalemme saranno sempre aperte, verso la terra e verso il cielo, in una comunicazione di vita ormai data per sempre.
Vivere questa storia è anche il senso del nostro stare qui. Non facciamo nient’altro, se non continuare ad essere Gerusalemme, ad essere questa storia d’amore reale, con i suoi alti e bassi, che ha come unica garanzia la fedeltà del Signore, e che per questo non viene meno. Ma che, per continuare, ha bisogno  dell’uomo, perché la storia di Gerusalemme è anche la storia di ciascuno di noi, per cui siamo tutti abitati dallo stesso fuoco, segnati dallo stesso sigillo, chiamati alla stessa vocazione. E, quindi, necessariamente, destinati a portare lo stesso dolore, lo stesso destino di instabilità, di ricerca, di partenze e di arrivi: anche la nostra vita conosce capitoli interi dove la gloria del Signore esce dalla porta orientale... Ma proprio lì, paradossalmente, il desiderio di Lui diventa vitale, e ci si prepara ad accogliere la presenza definitiva del Dio d'amore,  l'Emmanuele, e il dono del Suo Spirito; come un piccolo resto, che confida solo in Lui.
 articolo tratto dalla rivista "Terra santa"

I quartieri di Gerusalemme



La città di Gerusalemme è un insieme di quartieri i   più diversi tra di loro: c'è anzitutto la città vecchia, il   luogo più antico, più sacro e anche più caotico, che a  sua volta è divisa in quattro quartieri e abitata dalla gente più diversa, delle tre religioni monoteistiche.
Poi c'è Mea Shearim, il quartiere degli Ebrei Ortodossi, c'è Gerusalemme est, con tutto il monte degli Ulivi, da dove gli Ebrei attendono il ritorno del Messia. Ma c'è anche il quartiere degli artisti, ci sono quartieri solo di Arabi, o solo di Ebrei, o anche quartieri misti. C'è tutta la città nuova, con quartieri più laici, commerciali, dove ti sembra di stare in una qualsiasi città occidentale. Se entri in certi monasteri, ti sembra di essere in Russia, o in Grecia, o in Etiopia...
C’è spazio per i vivi, ma anche per i morti: tutta la collina del Getzemani è occupata da cimiteri.
Ci sono chiese, moschee e sonagoghe; ma c’è anche chi non prega.
Ci sono militari, religiosi, laici, turisti: in una passeggiata ordinaria di un’oretta, puoi incontrare una decina di abiti e di divise diverse.
Il mistero di Gerusalemme è che contiene tutto questo, e bene o male, si sta insieme.
La bellezza di Gerusalemme è che c’è posto per tutto, e per tutti.
E questa è, logicamente, anche la fatica di Gerusalemme, perché la diversità fa paura, è sentita come una minaccia, risveglia ferite antiche, genera pregiudizi, e tutto questo impedisce la relazione.
Il dolore di Gerusalemme è quello di una madre che ha figli tanto diversi, che non sempre vanno d’accordo tra loro, che deve far posto a tutti, che insegna pazientemente l’arte del vivere insieme, la bellezza di una convivenza in cui ciascuno, coraggiosamente, arricchisce l’altro aprendogli la propria diversità.
La bellezza di una madre è che non perde mai la speranza.
Se guardo fuori dalla finestra, dunque, vedo tutto questo, vedo tutto il mondo.
Ma ancor più paradossale è che anche se guardo dentro la finestra, se mi guardo intorno, vedo la stessa cosa:  anche la mia comunità è composta da tutti i quartieri di Gerusalemme, per cui anche fra noi ci sono le stesse differenze, le stesse sfumature: la sfida del vivere insieme è la stessa.
Veniamo da  cinque paesi diversi, di quattro continenti. Parliamo dunque cinque lingue, più un po’ di Ebraico, un po’ di Arabo, un po’ di latino. A volte chi viene alla nostra Messa rischia di avere in mano una serie indefinita di libretti, e di sentire celebrare in tre o quattro o cinque lingue diverse: canone in francese, letture in italiano, canti in latino, Padre nostro in ebraico... E, se è festa, qualche danza dal vivace ritmo africano.
E il bello è che tutto questo è semplicemente normale: nessuno si stupisce, nessuno si lamenta. Spesso non si capisce la maggior parte di quello che si ascolta, ma questo non fa problema. Riporta semplicemente all’essenziale, che è quello di stare, di essere alla presenza di Qualcun altro, e di esserci non da soli.
La grande scoperta di chi vive qui è di poter stare dentro questa complessità come a casa propria, ovvero che la tua vera casa è quella capace di ospitare anche l’altro, anche il più diverso.
Logicamente sarebbe ingenuo pensare che tutto questo è facile, scontato e viene da sé.
Naturalmente per vivere in questa casa c’è come un affitto da pagare, un affitto alto. Quale?
Quello per cui, se voglio essere sincera fino in fondo, se mi guardo dentro, se guardo il mio cuore, ritrovo esattamente tutti gli stessi quartieri: anche in me c’è un po’ di Talpiot, della città vecchia, del Monte degli Ulivi, di Mea Shearim, del quartiere commerciale…
Accettare la complessità che ho dentro, guardarla con verità e misericordia, è il primo passo per accettare quella che c’è fuori. Fare pace nel cuore per fare pace con l’altro.
Eppure neanche questo basta. In questa grande casa ci si sta bene solo se si ha la certezza che, così com’è, questa casa è abitata da un Altro. Non è certo un caso l’insistenza, nella Bibbia, dell’immagine di Dio che abita a Gerusalemme. Noi ci abitiamo perché ci ha abitato Lui, e ci stiamo bene, perché c’è Lui.
Con lo stupore che l’inquilino più diverso, più “altro” di questa città è proprio Lui, il Signore, e che la conversione più grande per accogliere l’altro è quella necessaria per accogliere Lui.

articolo tratto dalla rivista "Terra santa"